• Riccardo Urso

Save the Planet...?

Aggiornato il: mar 5

I temi legati al clima, all’ecologia e soprattutto al concetto vastissimo di sostenibilità, ogni tanto si accendono, in occasione di qualche evento catastrofico (incendi, alluvioni, scongelamenti e dissesti vari…), per poi tornare, come se niente fosse, ad argomenti più interessanti. Una delle cause di questa tendenza, a mio parere, è da ricercare nella “narrazione da lontano”, catastrofica e colpevolista, che viene fatta dalla maggior parte degli ambientalisti stessi e che difficilmente risulta empatica e legata profondamente alla nostra vita quotidiana.


Un po’ di tempo fa, mentre cercavo di uscire a fatica dalla dipendenza da webinar, mi è capitato di vederne uno con un titolo che mi ha subito incuriosito: “Cura del pianeta o cura delle persone?”.



Ho sempre pensato che il nostro pianeta, negli ultimi due milioni di anni, si fosse sempre “curato” da solo, sbattendosene dell’attività umana e scrollandosi ogni tanto di dosso i propri fastidi come fa un cane con le pulci che vivono sulla sua pelliccia. Per questo non ho mai sopportato il nome “Save the Planet” e i concetti alla base del movimento di Greta Thunberg & Friends: mi è sempre sembrata più realistica e sensata l’idea di concentrare sforzi e ragionamenti sulla cura dell’uomo, più che su quella del pianeta. E non è un dettaglio o un’inutile disquisizione linguistica, ma un modo di approcciarsi a queste tematiche complesse da una prospettiva completamente diversa.


Il dilemma contenuto nel titolo dell’intervento di Elena Granata (docente di Urbanistica alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano), sottintende appunto un'errata visione antitetica tra Natura e Uomo, che ci pone di fronte ad una scelta: o la Natura o l’Uomo.

La riflessione della professoressa è invece una controproposta progettuale che parte dal presupposto fondamentale che sia possibile uno “sviluppo amico, compatibile e in sintonia con la Natura”. Quindi un’idea di Economia che faccia leva sulla Natura per generare bellezza, crescita, prosperità, benessere collettivo.


Photo by Semih Aydın on Unsplash bicicletta campo
Photo by Semih Aydın on Unsplash

È necessario cambiare radicalmente il modo di comunicare rispetto a quello triste, catastrofico e colpevolista dell’ambientalismo delle generazioni passate e che personalmente ritrovo anche nel movimento che sta dietro alla giovane-vecchia Greta.


Oggi è necessario che il messaggio ambientalista arrivi a tutti, attraverso un approccio empatico/relazionale anziché uno esclusivamente funzionalista fatto di divieti, colpevolizzazioni e moralismi.


Il punto fondamentale centrato dalla lezione della professoressa Granata riguarda proprio l’aspetto della comunicazione:

l’errore è stato quello di aver sempre avuto una “narrazione da lontano” (il pianeta, il buco nell’ozono, i cambiamenti climatici…) che difficilmente riusciamo a collegare alla nostra vita quotidiana.

Un punto di partenza suggerito, ad esempio, potrebbe essere quello di fare una semplice lista delle cose da cui dipende la nostra vita: la qualità dell’aria che respiriamo, dei suoli, del cibo che mangiamo, l’acqua… E da questi elementi, passare ai costrutti che non sono naturali, ma culturali, come i diritti, la Sanità, la Scuola, il Lavoro.

L’auspicio per questo Anno 1 Dopo Covid, è che si sviluppi un nuovo modo di pensare (e quindi di comunicare) che porti come risultato concreto la progettazione e la realizzazione di nuove forme economiche, “nuovi assetti per le città” (che, ad esempio, ci diano la possibilità di godere dell’accesso alla Natura dentro la nostra quotidianità) e nuove organizzazioni dei tempi, che dovranno per forza sincronizzarsi meglio.

60 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti